Ricordi di vita: Io e la “Caretta caretta” nell’isola di Djerba

di Yamoun Messaoud

Il dr. Yamoun Messaoud è Presidente dell’Association de la Memorie de la Terre de Tunisie, una o.n.g. che opera in Tunisia con una base operativa a Houmt Souk capoluogo dell’isola di Djerba. È nato nell’isola e ne ha studiato per anni l’evoluzione ecoambientale. Lo lega all’Ente Fauna Siciliana una pluriennale collaborazione con all’attivo la realizzazione di numerose iniziative comuni come esplorazioni naturalistiche, ricerche e organizzazione di convegni scientifici in Tunisia e in Sicilia. Pubblichiamo volentieri questi suoi “ricordi di vita” tradotti e adattati dal francese da Alfredo Petralia (ndr).

Il mio stretto rapporto con la “tartaruga” è iniziato nella mia più tenera età, anzi da quando sono nato, perché sono cresciuto in un “guscio” di tartaruga marina, come ogni bambino che veniva al mondo a Djerba: quel “guscio” era per ogni piccolo cucciolo d’uomo sia la sua culla che il suo lettino almeno per i suoi primi due anni.

Ciò significa che le “caretta” arrivavano in gran numero per riprodursi sulle spiagge di Djerba e per svilupparsi nel suo mare pulito e ricco di pesci grazie ad acque poco profonde e ampie praterie di Posidonia, che offrivano una straordinaria varietà di risorse nutritive alle innumerevoli specie di pesci nobili mediterranei e alle stesse “tartarughe”: un ambiente ideale per il loro sviluppo e la loro riproduzione.

Dunque un habitat privilegiato per le “caretta” il mare della piccola Syrte: qui veniva pescata e venduta nei mercati ittici di Djerba e consumata tradizionalmente. I loro “gusci” venivano utilizzati come culle o lettini per i bambini, peraltro molto pratici per le mamme che vi ponevano sul fondo della pura sabbia bianca che assorbiva la “pipì” del piccolo e che poteva essere cambiata facilmente. Un piccolo cuscino, un adeguato drappo come copertura, ed ecco una culla facile da dondolare a terra oppure appesa al soffitto “ad altezza di mamma” intenta a cucire o al telaio.

Ciò avveniva nel tempo in cui la “tartaruga” era sostanzialmente in equilibrio con il suo ambiente giocandovi il suo ruolo di specie integrata anche nella cultura umana “djerbiana”, in un contesto di mari incontaminati, coste sicure, spiagge e dune integre e solitarie.

Si può descrivere così il quadro ambientale dell’isola di Djerba fino alla prima metà del secolo scorso: anni di calma, di pace e prosperità nonostante le grandi guerre mondiali.

La “tartaruga” era significativamente presente e utile, il suo equilibrio biologico era pienamente riconosciuto, la pesca non era eccessiva e nessuna specie era minacciata. Non c’erano aree protette, tutto era in equilibrio e in armonia con una pesca artigianale essenziale che rispettava tutte le specie: era un vanto la reputazione dell’isola per la sua ricchezza in pesci nobili mediterranei.

Djerba fu definita un’isola felice per la qualità della sua pesca e le pratiche pescherecce che assicuravano un buon sostentamento alla popolazione in gran parte basato sulla pesca marina, un’attività che rivaleggiava con la lavorazione della lana e quella del commercio di alimentari ed articoli essenziali. La tartaruga e le spugne furono due risorse di grande valore per il sistema produttivo dell’isola.

Ma dagli anni ‘60 Djerba sperimenterà un nuovo sviluppo economico incentrato sulle attività turistiche: ne studiai l’impatto sia sull’isola come ecosistema che sulle sue attività di pesca e sull’artigianato della lana nel mio studio per il master che ho conseguito nel ‘70 presso la sesta Università di Parigi.

Sarà una tragedia per la pesca e per la “tartaruga”.

Gli effetti generati dal turismo dal 1960 in poi saranno notevoli: verranno devastate le bellissime coste, le dune costiere e nel complesso gli ecosistemi costieri, in particolare i siti di nidificazione delle tartarughe marine. Le spiagge verranno occupate dalle costruzioni alberghiere “piedi nell’acqua”: dominerà il turismo balneare selvaggio e senza rispetto per la natura, bensì avido di mare e di dune.

Insomma una intrusione che determinerà un processo di recessione della “tartaruga marina” e l’inizio per essa della perdita graduale di uno dei suoi territori più importanti nel Mediterraneo.

Nell’estate del ‘60 feci il mio primo giro dell’isola a cavallo per esaminare lo stato delle sue coste ed esplorare per la prima volta tutti i siti delle tartarughe: allora tutto mi apparve ancora in buone condizioni e la pressione antropica non ancora invasiva.

Ma era evidente che si ponevano già le condizioni per un cambiamento che presto sarebbe diventato drammatico.

In un mio nuovo rapporto del ‘65 già evidenziavo le criticità che si profilavano in tutta la loro evidenza e che negli anni ‘70 si sarebbero manifestate in tutta la loro drammaticità rilevate anche da uno studio dell’Italconsult di Roma su commissione dell’Ufficio Turistico Nazionale Tunisino interessato allo sviluppo turistico in Tunisia.

Da allora gli effetti dell’aggressione turistica non hanno fatto altro che moltiplicarsi fino a raggiungere l’attuale degrado delle coste dell’isola. Così si è consumato il dramma ambientale in particolare per gli effetti sulla pesca e sulla “tartaruga marina”.

Durante un recente monitoraggio in tutta l’isola per localizzare siti di nidificazione sono rimasto sbalordito dal numero di carapaci e cadaveri di tartarughe semisepolti dalla sabbia spinta sulle spiagge dal vento: ho provato un senso di tristezza amareggiato per quelle tante “tartarughe” morte spiaggiate! Ho dedicato a questo fenomeno una mia conferenza, ma non ho ancora trovato una giustificazione convincente per questo disastro.

Purtroppo ad oggi non è in atto a Djerba alcuna azione mirata a proteggere realmente questo animale.

A me resta solo il nostalgico ricordo della mia infanzia, un tempo in cui “tartaruga” e umani vivevamo in equilibrio e in armonia a Djerba, la mia Djerba. Ma è trascorso tanto, troppo tempo!

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