“I limiti dello sviluppo” e la “Revanche de Gäia”

50 anni ma non li dimostra

di Alfredo Petralia

Si deve alla visione olistica di Aurelio Peccei la nascita del Club di Roma, che alle soglie degli anni ‘70 riunì eminenti scienziati, economisti e sociologi consapevoli della imprescindibilità di guardare al futuro al complesso dei problemi che investono l’umanità con una visione globale, in quanto intrinsecamente correlati uno con l’altro.

Attraverso un percorso di riunioni, studi, simulazioni ed elaborazioni matematiche si giunse, nel 1972, alla pubblicazione del rapporto “I limiti dello sviluppo(1),un best seller che suscitò vivissimo interesse in tutto il mondo, divenendo una delle pietre miliari del dibattito sullo stato del nostro pianeta.

Tre furono le principali conclusioni del rapporto:

1) se la crescita delle grandezze principali che caratterizzano il mondo, come la popolazione oppure la disponibilità di alimenti o il consumo di risorse, continua al presente livello, si arriverà a dei limiti che se oltrepassati porteranno a un collasso della popolazione e della capacità industriale del mondo;

2) la crescita di questi parametri può però essere modificata, il che permetterebbe all’umanità di arrivare a un equilibrio ecologico ed economico sostenibile nel futuro;

3) se l’umanità decide di percorrere questa seconda strada, più presto si fa questo cambio di rotta, migliori saranno le probabilità di successo.

Per decenni convinti sostenitori e detrattori hanno discusso e tuttora dibattono sul rapporto, sulle sue analisi, sulla validità o meno delle sue previsioni: ma qui intendo unicamente proporre integralmente la rilettura della prefazione al rapporto, scritta dallo stesso Peccei, per derivarne, infine, alcune considerazioni.

“I limiti dello sviluppo” e la “Revanche de Gäia“ 50 anni ma non li dimostra di Alfredo Petralia
“I limiti dello sviluppo”

Il rapporto fatto dal Massachusetts Institute of Technology per conto del Club di Roma, che viene presentato in questo libro dopo essere stato anticipato nell’annuario Scienza e tecnica 72, fu portato a conoscenza del pubblico per la prima volta nel marzo scorso durante una conferenza alla Smithsonian Institution di Washington a cui parteciparono circa duecento scienziati, umanisti, uomini politici e giornalisti.

La sua diffusione è stata poi rapidissima, come testimoniano le ripetute edizioni in lingua inglese negli Stati Uniti e Inghilterra, seguite da quella olandese, della quale sono state già vendute quasi duecentomila copie, e da quella tedesca, francese e giapponese. Traduzioni in altre dieci lingue sono in corso di approntamento. Quindicimila esemplari del rapporto sono stati o verranno inviati in ogni parte del mondo a uomini di cultura e di azione che occupano posizioni chiave nei governi, nelle amministrazioni pubbliche, negli organismi internazionali, nell’industria, nei sindacati, nelle università, nei gruppi giovanili, nelle comunità scientifiche e intellettuali, nelle organizzazioni religiose, negli strumenti di comunicazione di massa, e le cui opinioni e decisioni hanno quindi importanza rilevante nella condotta degli affari umani.

Gli scopi essenziali di questa iniziativa verranno quindi probabilmente raggiunti. Si trattava di accendere per mezzo di questo rapporto un grande dibattito sui Dilemmi dell’Umanità, e di catalizzare in energie innovatrici la diffusa sensazione che, coll’avvento dell’era tecnologica, qualcosa di fondamentale deve essere modificato nelle nostre istituzioni e nei nostri comportamenti. In effetti, un vero e proprio movimento transazionale si sta creando in questo senso. Migliaia di commenti, di critiche, di adesioni e di suggerimenti sono apparsi su giornali, riviste e pubblicazioni di ogni genere, o sono stati trasmessi dalla radio e dalla TV in un arco sempre più vasto di paesi; centinaia di conferenze sono state indette su questi argomenti; decine d’indagini e di studi sono stati intrapresi per approfondire, validare o correggere la ricerca originale del MIT. Da questo confuso travaglio emerge una più precisa presa di coscienza che urgono visioni e approcci radicalmente nuovi per affrontare la problematica intricata, sconcertante e senza precedenti che attanaglia l’intera società umana, senza grandi distinzioni per il grado di sviluppo o per l’ordinamento politico dei suoi vari componenti.

Mi auguro che la pubblicazione del libro in italiano contribuirà ad ampliare in senso temporale e in senso spaziale l’orizzonte dei nostri interessi, spostandoli dalle questioni immediate o locali – cui troveremo pur sempre rimedio, per quanto difficili esse siano – per considerare anche quelle ben più complesse e importanti che concernono l’organizzazione della vita di quattro o cinque o sei o sette miliardi di abitanti sul nostro pianeta in condizioni ragionevoli di benessere, di giustizia e di equilibrio con la Natura.

La pubblicazione di questo libro coincide con un periodo di grandi manovre e di grandi incontri politici. Spesseggiano le riunioni che i capi delle nazioni maggiori hanno fra di loro o con i loro alleati e associati, a Washington, a Mosca, a Pechino, in Medio Oriente, a Tokio e in Europa. Ma anche agli esperti più acuti non è dato di comprendere tra le circonlocuzioni diplomatiche e i peana propagandistici che cosa effettivamente vogliono i potenti della terra, al di là della difesa – a volte meschina e ottusa – di loro interessi immediati, o quanta parte di questa giostra internazionale ha scopi politici o addirittura partitici puramente interni, e quale significato o valore nel tempo possa avere questa sequela di contatti ad alto livello.

Anche la trama indispensabile ancorché debole che tessono gli organismi internazionali si sta infittendo. La Terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli Scambi e lo Sviluppo, l’UNCTAD III, testé terminata a Santiago, ha sostanzialmente confermato che i paesi ricchi restano arroccati nelle loro cittadelle dell’affluenza ben decisi a difendere l’ordine mondiale attuale. Ma se tale ordine non cambierà, le prospettive degli altri paesi, più o meno poveri, e uniti solo nel firmare documenti patetici o velleitari, rimarranno oscure, e con esse l’avvenire del mondo, poiché tre quarti dell’umanità continueranno a restare emarginati. Vi è poi la Conferenza di Stoccolma sull’Uomo e il suo Ambiente, già turbata prima dell’inizio da fratture ideologiche, e a cui ricchi o poveri accorrono preoccupati soprattutto di conservare sovrani diritti in casa propria e di partecipare allo sfruttamento delle risorse “libere” del mondo pagando un prezzo possibilmente inferiore a quello degli altri. Nel 1974 vi sarà un’altra conferenza, quella mondiale sulla popolazione, dove il più esplosivo fenomeno dei nostri tempi verrà misurato e analizzato probabilmente soprattutto come fattore di potere o elemento di negoziato fra vari gruppi di paesi.

Nel frattempo si preparano le grandi trattative del 1973 per riassestare i rapporti monetari, commerciali e finanziari tra le nazioni sviluppate a economia di mercato, che vedranno protagonisti gli Stati Uniti, la Comunità Europea allargata e il Giappone. Questi problemi vennero accantonati per dare tempo che si facciano le elezioni americane e il vertice europeo, ma sono così delicati, difficili e intrecciati da far temere che, nonostante il rinvio, i tre grandi interlocutori, pressati da considerazioni interne, finiranno per trattarli con spirito mercantilistico, non con la chiara visione politica che da quanto essi decideranno dipenderà il corso degli eventi su pressoché tutti gli scacchieri mondiali, almeno per parecchi anni.

Da tutto ciò sorgono domande angosciate. Che cosa succede effettivamente in questo mondo piccolo, sempre più dominato da interdipendenze che ne fanno un sistema globale integrato dove l’uomo, la società, la tecnologia e la Natura si condizionano reciprocamente mediante rapporti sempre più vincolanti? Riusciremo ad assorbire in tempo questi concetti di fondo? Che cosa stiamo preparando in questo decennio degli anni ’70? Che relazione ha questo grande spiegamento di attività politiche internazionali con il perdurare di conflitti armati locali – finché resteranno tali in un’epoca di armi di sterminio di massa – con i fermenti di sofferenza e d’insofferenza di una società in grave travaglio, con gli scoppi di violenza civile che costellano la cronaca di ogni popolo, con le manifestazioni indubbie di crisi economiche, psicologiche, morali, sociali, ecologiche a carattere endemico in grandi zone del nostro globo?

Alcuni sviluppi favorevoli si possono notare: dall’avvio alla riunificazione e dal rilancio dell’Europa all’accettazione dell’Ostpolitik, dal rientro della Cina nel sistema internazionale, alla fine prossima della tragedia vietnamita (che però peserà a lungo sulla coscienza di ogni uomo civile), dalla firma di alcuni accordi marginali sul controllo degli armamenti nucleari e dalla prevista conferenza sulla sicurezza europea alla mentalità globalistica – non solo internazionale – che comincia timidamente ad affacciarsi in alcuni organismi multinazionali. Sarebbe ingiusto e controproducente minimizzare questi sintomi, e ancor più scoraggiarne la manifestazione.

Però non dobbiamo illuderci. Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, alimentata a sua volta dai segmenti più creativi della società – i giovani e l’”intellighenzia” artistica, intellettuale, scientifica, manageriale – la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciò nonpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere. Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurarne la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo.

Il dibattito aperto da questo rapporto, anche se utile a innescare questo movimento in forma razionale, ed evitare possibilmente il precipitare di una crisi senza sbocchi, non è che una fase di un processo che deve andare assai più in profondità. Il guasto infatti è profondo, alle radici medesime del nostro tipo di civiltà. Ricerche più avanzate, autocritiche genuine, meditazioni più penetranti saranno necessarie. Se avremo la forza morale per intraprenderle, non solo potremo sperare di correggere il corso degli eventi per evitare il peggio che già si profila per un non lontano futuro, ma potremo forse gettare le basi di una nuova grande avventura dell’uomo, la prima a dimensioni planetarie, quali le sue conoscenze e i suoi mezzi tecnico-scientifici oggidì non solo permettono, ma ormai impongono”.

Leggendo queste parole si ha subito la sensazione che descrivano la realtà globale che stiamo vivendo. E, fatte naturalmente le opportune correzioni e proporzioni, quella prefazione, nel suo contenuto sostanziale, potrebbe precedere oggi qualsiasi libro o rapporto che voglia descrivere l’attuale stato del pianeta.

La seconda considerazione è che, di converso, sembra che 50 anni siano trascorsi invano, come se si fosse sempre al punto di partenza, se non addirittura in una fase globale divenuta ancora più critica. In effetti, il panorama oggi non appare più roseo di allora.

A causa dell’impatto umano sull’ambiente nell’ultimo mezzo secolo, la biodiversità della Terra ha subito un declino catastrofico senza precedenti nella storia umana(2); l’inquinamento da plastica è previsto in aumento del 70% nei prossimi 30 anni(3); una impronta ecologica che già è oltre la sostenibilità(4) con un Earth Overshoot Day sempre più preoccupante; progressiva riduzione delle calotte polari e dei ghiacciai alpini e innalzamento dei mari(5); cambiamenti climatici e desertificazione in aumento(6); inoltre non è molto consolatorio che si preveda nell’arco dei prossimi 60 anni la chiusura del buco dell’ozono (comunque non prima del 2060), perché non sappiamo se realmente si opererà affinché ciò avvenga.

The revenge of Gaia

Sono tutti elementi a cui si sommano le crisi sociali: 196 conflitti violenti e 162 non violenti nel 2019(7) diffusi nel mondo con coinvolti, oltre  gli eserciti ufficiali, diverse centinaia tra milizie, gruppi armati, ecc.; flussi migratori in crescita(8) con le tensioni che generano; la qualità del lavoro che tende a diminuire con milioni di persone costrette ad accettare condizioni di lavoro inadeguate economicamente e in termini di sicurezza(9); le disuguaglianze economiche che tendono ad aumentare(10).

A tutto ciò sicuramente molto altro si potrebbe aggiungere senza dimenticare tuttavia i progressi nel campo della medicina e delle conoscenze scientifiche, dell’istruzione, della locomozione come anche l’incremento delle aree protette in tutto il mondo. E non c’è dubbio che sotto diversi aspetti “stiamo meglio” anche se finalmente, ma solo dal 2012, si sta cercando di “misurare” il benessere oltre che il PIL. L’ultimo World Happiness Report presentato all’ONU lo scorso anno fornisce interessanti elementi di valutazione che derivano dalla stima di parametri come la correlazione tra istituzioni e felicità, l’incidenza dell’altruismo sulle reti sociali, i cambiamenti nelle tecnologie dell’informazione, il reddito pro capite, il sostegno sociale, l’aspettativa di vita in buona salute, la libertà, la generosità e l’assenza di corruzione: ne risulta che il livello di felicità complessivamente nel mondo è calato negli ultimi anni, mentre è aumentato il livello di “emozioni negative”, tra cui preoccupazione, tristezza e rabbia, ma con diversa distribuzione dei risultati: l’happiness diminuisce in Occidente e aumenta altrove. Si potrebbe dire che, tutto sommato, stiamo andando bene e che comunque c’è un travaso di benessere dai paesi più ricchi verso quelli più poveri e quindi che la “crescita” alla fin fine è sempre un elemento positivo. Il punto dolente è la difficoltà di comprendere a quali condizioni questo pur sacrosanto processo debba avvenire: estendendo i sistemi di vita occidentali al mondo intero, o con una loro radicale revisione per esempio demitizzando totem come il  PIL, la globalizzazione, o i monopoli capitalistici e della comunicazione che favoriscono la deculturazione e la perdita delle identità, mentre sono funzionali al controllo dei comportamenti, delle persone o dei gruppi, al fine di orientarne, addirittura creandoli, consumi, modelli e scelte di vita? In altre parole il prezzo è assimilare sempre più gli uomini al solo rango di “consumatori” funzionali ai processi di ulteriore concentrazione della ricchezza, processi, questi si, sempre in crescita?

Un elemento, pur prevedibile ma sempre rimosso, è intervenuto a turbare i nostri progetti di dominio globale sulla natura su cui da tempo abbiamo fondato il nostro “sviluppo”: una pandemia. Come d’incanto è intervenuta a destarci dal sogno riportandoci, purtroppo drammaticamente, alla realtà di una natura i cui meccanismi o limiti sono più forti della capacità dell’uomo di dominarli o di oltrepassarli e che sono sempre in grado di riemergere, magari ancora in futuro attraverso forme che possiamo immaginare, o anche no, ma che sono li, pronte a esplodere. Certo non abbiamo nessuna voglia di contare sulle pandemie per abbattere i consumi energetici e di converso l’inquinamento, come sta avvenendo e come avvenne a seguito della pandemia del ‘19-’20.

Quando Peccei scriveva quella prefazione stavano maturando le basi per un diverso approccio verso la natura già anticipato da precursori come Aldo Leopold(11) (emblematica la sua frase “We abuse land because we regard it as a  commodity belonging to us. When we see land as a community to which we  belong, we may begin to use it with love and respect”) e con successive analisi e proposte alternative anche in merito ai rapporti tra gli uomini come quelle di Ivan Illich(12). Idee ritenute utopistiche o persino velleitarie. Ma i nodi sono venuti al pettine.

La revanche de Gäia”. Così cominciava l’intervento di Serge Latouche(13) al III° Congresso Internazionale “Biodiversity, Mediterranean, Society” tenutosi all’Università di Malta nel settembre del 2015. Si è molto discusso di “decrescita” in questi anni, magari sottovalutandone il significato, o banalizzandolo se non irridendolo. La realtà è che la crescita è messa in discussione, anzi è arretrata, e ben lungi dall’essere “serena” è drammaticamente dolorosa: stiamo sperimentando che di “limiti allo sviluppo” ce ne sono, eccome!  Forse ce ne sono di impensabili, come al momento, ma ci sono.

E’ davvero la “La revanche de Gäia”? Forse no, perché in fondo Gäia fa solo il suo mestiere, funziona con le sue leggi e con i suoi limiti che noi cerchiamo ostinatamente di superare. Certo è che per molto tempo saremo costretti a modificare la nostra vita, forzatamente e non per scelta. Ma tutto questo potrebbe essere una opportunità se avremo la determinazione di imboccare davvero la via affinché, ricordando Barry Commoner, ci si convinca che “Il cerchio da chiudere(14)  è una necessità, mettendo in campo strategie che rispettino i limiti del funzionamento dei sistemi naturali mirando al contempo ad estendere la condivisione della ricchezza e ad abbattere i miti dell’accumulazione e della creazione continua di nuovi bisogni artificiali privilegiando l’essenzialità. Ma avremo questa determinazione?

Ora è stato lanciato il “Green New Deal”, di cui i progetti di economia circolare sono una articolazione saggia e razionale. E’ una notizia benvenuta e ci auguriamo che realmente, questa volta dopo tanti obiettivi analoghi puntualmente mancati, si giunga all’impatto climatico zero entro il 2050. Sarebbe finalmente una vittoria del buon senso. Vogliamo crederci!

Sicuramente ci riprenderemo dallo shock attuale, anche se ci vorrà del tempo. Lessi una volta in una targa appesa all’ingresso di una casa per il recupero sociale una frase che mi piace ripetere: “se da una sconfitta non impari niente allora ne meriti un’altra”. Oggi siamo davanti a tale dilemma. Sta a noi come singoli, come comunità, come istituzioni, decidere in che direzione andare. E forse probabilmente una delle prime cose su cui ragionare è proprio quella “vision” di Peccei, il suo approccio olistico.

Cornelius Castoriadis, tra i grandi pensatori del secolo scorso, scriveva sul nostro mondo occidentale ancora dominante che “A travérs er par-delà ses créations industrielles et scientifiques, et les ébranlements correspondants de la société et de la nature, il a détruit l’ideé de phusis en général et son application aux affaires humaines en particulier(15), sottolineando come il progressivo abbandono di una visione complessiva delle cose, ereditata dalla cultura greca, fosse alla base della sua crisi. E guardandoci intorno non c’è dubbio che gli egoismi privati, di gruppo e di stato, le prospettive sempre più mirate unicamente all’utilità immediata, gli spazi di democrazia e di libertà sempre più ristretti guadagnano terreno ovunque. Probabilmente sono questi i problemi più grossi che abbiamo davanti, a meno che non li consideriamo più problemi bensì soluzioni.

Concludeva Peccei: “Il guasto infatti è profondo, alle radici medesime del nostro tipo di civiltà. Ricerche più avanzate, autocritiche genuine, meditazioni più penetranti saranno necessarie. Se avremo la forza morale per intraprenderle, non solo potremo sperare di correggere il corso degli eventi per evitare il peggio che già si profila per un non lontano futuro, ma potremo forse gettare le basi di una nuova grande avventura dell’uomo, la prima a dimensioni planetarie, quali le sue conoscenze e i suoi mezzi tecnico-scientifici oggidì non solo permettono, ma ormai impongono”. Parole attualissime, pronunciate cinquanta anni fa, che rispecchiano la validità degli obiettivi finali che si poneva il Club di Roma.

C’è allora da darsi da fare per non essere ancora qui, tra cinquanta anni, a ripeterci noiosamente e pateticamente le stesse cose smentendo Castoriadis secondo il quale “Personne ne peut protéger l’humanité contre la folie ou le suicide”, bensì compiendo passi decisivi e significativi in direzione opposta, come suggeriva Peccei mezzo secolo fa.

Chiaramente noi facciamo il tifo perché Castoriadis abbia torto e perché ci sia un futuro diverso.

Edo Ronchi ci incoraggia in tal senso. Ecco come apre il suo “La transizione alla green economy(16): “La fiducia nel futuro è una risorsa decisiva per i progressi dell’umanità. È, insieme, speranza di un mondo migliore possibile che aiuti ad affrontare le difficoltà del presente e motore dell’impegno per il suo cambiamento”. Ancora una chance dunque, una prova d’appello a condizione di un cambio di passo, di paradigma, di valori profondi, cioè di liberarsi di quella cultura che fino ad oggi stenta a comprendere davvero che questa “terra” non ospita solo noi e che la sua salvaguardia, vale a dire il rispetto degli equilibri naturali che la governano, sono alla base della nostra stessa esistenza.

Articolo estratto da:

Note

1- I limiti dello sviluppo. Rapporto del System Dynamics Group, Massachussets Institute of Technology, per il progetto del Club di Roma sui dilemmi  dell’umanità. Biblioteca EST, Mondadori, Milano, 1972.

2- Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services, 2019.

3- World Bank.

4 – Global Footprint Network.

5- ICPP 2019 Special Report on the Ocean and Cryiosphere.

6- ICPP 2019 Report Climate change and Land.

7- Conflict Barometer, 2019.

8- UN Division, 2019.

9- Report ILO, 2019.

10- World Inequality Report 2018; Rapporto OXFAM, 2019.

11- Aldo Leopold: “A sand county almanac”. Oxford University Press, Inc., New York, 1949.

12- Ivan Illich: “Tools for conviviality”. Harper & Row, New York, 1973.

13- Serge Latouche: “La revanche de Gäia et l’espoir del l’utopie méditerranéenne   décroissante. Atti e Memorie dell’Ente Fauna Siciliana, Volume XII. Edizioni Danaus, Palermo, 2018.

14- Barry Commoner: “The Closing Circle: Nature, Man, and Technology”. Knopf,  New York, 1971.

15- Cornelius Castoriadis: “Domaines de l’homme. Les carrefours du labyrinthe.2.”   Édition du Seuil, Paris, 1986 (1977).

16- Edo Ronchi: La transizione alla green economy. Edizione ambiente, Milano, 2018.

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